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Più speranza per i giovani: intervista a Pietro Del Soldà

da Giu 23, 2023

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Come vanno le cose per i giovani in Italia nel 2023? Lo chiediamo a un giornalista e divulgatore che ha un punto di osservazione privilegiato sulla realtà contemporanea. Pietro Del Soldà, veneziano, è un filosofo, autore, conduttore radiofonico e docente universitario. E’ conduttore e autore di programmi come “Tutta la città ne parla”  e “Zarathustra” su Radio 3: trasmissioni che si occupano  di attualità ma non solo. 

Pietro del Soldà

Da questo particolare osservatorio: come siamo messi? Pietro del Soldà è ottimista o pessimista nei confronti del mondo? E, in particolare: i giovani come se la passano?

“Io sono incline all’ottimismo, anche se spesso il panorama sociale, culturale e politico del Paese mi spinge a considerazioni molto negative. Purtroppo vedo spesso una scarsa propensione all’approfondimento, all’amore per la conoscenza – quella vera – che richiede fatica e che non è fatta solo di input superficiali raccolti sulla rete. Si tratta di un processo che non riguarda solo i nativi digitali, ma che coinvolge anche chi è più anziano ma si è adeguato a un’idea di conoscenza sempre più superficiale

Il punto è che, se io sviluppo le mie idee sul mondo in maniera sempre molto veloce, condizionato da input fulminei come quelli dei social network, non riesco a farmi un’idea mia ma mi fermo ad un pensiero superficiale che ‘’surfa’’ letteralmente sulla contemporaneità, come fa la gran parte di noi. Questo fa perdere l’unicità di ognuno, non le consente di emergere, visto che tutti si adeguano a una visione del mondo e a un pensiero che è un po’ sempre lo stesso, senza mai cercare la vera critica che può nascere solo dal confronto con l’altro.

bambino con tablet in bolla multimediale, social network

Detto questo, mi piace sottolineare come, molto spesso, sono soprattutto le persone giovani ad esprimere un impegno e un’idea di cura bella e che lascia ben sperare. Ci sono anche tante persone giovani che paradossalmente sono meno condizionate dalla bolla multimediale di quanto non lo siano i loro fratelli maggiori o i loro genitori. 

Sono cioè più svegli, anche più consapevoli della propria autonomia. Magari non sono la maggioranza i giovani che funzionano, lavorano e pensano in questo modo, ma sono una quota significativa ed è soprattutto su di loro che io ripongo la mia speranza e la mia fiducia che le cose possano andare meglio di come vanno oggi”. 

Questa necessità di non muoversi troppo sulla superficie delle cose, con un approccio quasi filosofico, si può insegnare? Si trova nelle scuole? Ci sono esempi positivi in cui questo atteggiamento viene promosso?

“Sono d’accordo sull’aggettivo filosofico perché riconosce il ruolo che la filosofia aveva quando è nata nella Grecia antica: non scienza particolare iper-specialistica accanto alle altre ma un sapere in grado di attraversare, collegare e avere uno sguardo d’insieme

Non ho nulla contro gli specialismi: abbiamo bisogno di saperi specialistici ma la filosofia è una cosa diversa e sbagliano, secondo me, anche i filosofi di professione che la ritengono una disciplina specialistica accanto alle altre. Lo sguardo filosofico è quello che si solleva oltre le barriere specialistiche senza cadere nella superficialità capace di fare tesoro di tutti gli stimoli che vengono dai singoli ambiti.

 È un sapere che aiuta la multidisciplinarietà e dunque la profondità. Questo purtroppo si fa poco perché il mondo, soprattutto il mondo del lavoro, richiede tutt’altro: un iper-specializzazione che si combina con quella superficialità come regola di vita di cui dicevamo prima. 

Va detto, però, che anche dentro la scuola ci sono esempi di persone, di insegnanti (quelli che fanno un mestiere forse più importante di tutti, anche pagati pochissimo) che questo tipo di stimoli ai ragazzi lo danno ancora. E poi c’è la lettura, ci sono i libri che servono a questo”.

scuola insegnanti bambini approfondimento Pietro del Soldà

Questa iper-specializzazione diventa spesso un’ossessione per il risultato e la performance. Anche ragazzi molto giovani sentono una pressione sociale forte, in un’età dove invece si dovrebbe avere la possibilità di fare errori: o di giocare e perdere tempo senza pensare alla competizione. 

Questo è un problema enorme. Nel mio libro La vita fuori da sé parlo della trappola delle aspettative che ingabbia tantissimi giovani in una specie di competizione continua dove si è sempre in gara con gli altri: scuola, università, lavoro, vita privata. 

Questo avviene soprattutto attraverso i social network che sono un’arena di socializzazione, ma anche e in primo luogo di confronto. In questi luoghi uno vive mettendo in piazza e mostrando agli altri il proprio aspetto fisico, la propria vita sentimentale e sessuale, la vita privata e familiare, le vacanze: tutte cose che hanno a che fare con una sfera che non dovrebbe prevedere il confronto.

Questa continua condivisione di pezzi di sé alla ricerca di approvazione sembra quasi imprescindibile, come se non se ne potesse fare a meno. Ciò determina che le cose che si vivono da ragazzi e da adolescenti vengono vissute non per il gusto e per il piacere che se ne trae, ma per il potenziale di valutazione positiva che gli altri potranno dare una volta messo su Instagram o Tik Tok. Questo è deleterio perché non ci fa vivere sino in fondo le esperienze che ci capitano, in un’età in cui si formano la mente, l’identità e la personalità.

 Da questa dimensione competitiva continua, la maggioranza delle persone esce evidentemente sconfitta e perdente: con un’ansia perenne di essere sentiti, di avere like, approvazione e, alla fine, l’ammirazione e dunque l’invidia degli altri

Penso che sia un modello sbagliato che impedisce una reale condivisione e ci chiude dentro una bolla individuale iper-narcisista, tutta concentrata sulla valutazione dall’esterno, come se una giuria invisibile ci accompagnasse in ogni singolo passo della nostra vita, come se fossimo in un talent continuo 24 ore su 24. Questo vale soprattutto per i ragazzi e ciò determina ansia e isolamento”.

E questo come si può superare? In La vita fuori da sé si parla di un confronto vivificante con ciò che sta fuori. Ma come si fa?

“La risposta è nella nozione di avventura al centro di quel libro che, appunto, non si riferisce solo alle grandi avventure letterarie del cinema, dei fumetti, del nostro immaginario.  Avventura è una cosa che ci può capitare in qualunque momento della nostra vita, anche a due passi da casa.  

bambini avventura amicizia Pietro del Soldà

Sono avventure quelle esperienze che hanno la forza di interrompere il ritmo ordinario della nostra vita esponendoci in maniera più diretta e senza filtri nel rapporto con gli altri e con noi stessi. Qui l’avventura può essere la contemplazione di un paesaggio, l’incontro con un amico o con una persona sconosciuta, la scoperta di un quadro, di un brano musicale. Qualcosa che ha la forza di tirarci fuori dal nostro piccolo guscio quotidiano, di farci uscire, di renderci più vulnerabili ma anche più a diretto contatto con le energie vere della vita che abbiamo dentro di noi. 

Un’esperienza di questo tipo ci mette in contatto con noi stessi, ci fa scoprire le nostre inclinazioni più profonde, quelle che siamo abituati a tenere a bada o rimosse nel silenzio, perché rischierebbero di destabilizzare l’ordine quotidiano, la nostra routine. Ecco l’avventura ci espone senza filtri alle nostre passioni più profonde e al mondo esterno e, in questo senso è un’esperienza che trasforma: attraverso di essa cominciamo a guardare il mondo con occhi diversi, meno predatori e più all’insegna della sintonia con ciò che ci circonda e con il corso degli eventi. Dentro questa idea di avventura c’è anche un senso ecologico. Chi vive così, lascia da parte quell’atteggiamento di ostilità verso il corso degli eventi e l’ambiente che lo circonda, che spesso invece ci induce a depredare o saccheggiare, piegarlo a noi, come fa gran parte della nostra società industrializzata”.

Per ulteriori spunti di approfondimento, leggi anche Dipendenza da smartphone: cause ed effetti nei bambini

Corrado Fizzarotti

Corrado Fizzarotti

Dottorando in Scienze Umanistiche e laureato in Metodologie Filosofiche. Si occupa di etica ambientale, di divulgazione scientifica e sostenibilità (e ogni tanto ne scrive pure). Appassionato di svariati svarioni, coltiva interessi che vanno dal giardinaggio alla musica dodecafonica. Vive e lavora a Pisa.

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