Sono oltre 10mila i bambini e i ragazzi seguiti nel 2015 in 18 carceri di tutta Italia. Telefono azzurro e ministero della Giustizia hanno sottoscritto un protocollo per tutelarne i diritti.

Oltre 100mila bambini in Italia (2,1 milioni in Europa) ogni anno varcano la soglia del carcere per incontrare la mamma o il papà detenuto. In Italia secondo i dati del Ministero della giustizia al 30 giugno 2016 sono 43 le madri detenute con figli al seguito.

Portare i figli in carcere è una possibilità prevista dalla legge 354 del 1975 ed è concessa alle madri di bambini fino ai 3 anni per evitare il distacco dai propri figli o, quantomeno, ritardarlo. Gli effetti su chi trascorre i primi anni di vita in cella, però, sono devastanti e permanenti. Il sistema penitenziario si fa, e deve, farsi carico di questi bambini, riconoscendo il loro inalienabile diritto all’affetto ed al mantenimento del legame il genitore eventualmente in detenzione e attrezzandosi per accoglierli. Una parte del lavoro deve poi essere svolto dalla società che deve imparare a non emarginarli.

Bambini che vivono in carcere: quali sono le leggi che tutelano i loro diritti?

Nel 2001 è intervenuta la legge Finocchiaro, che ha introdotto modifiche al codice di procedura penale, favorendo l’accesso delle madri con figli a carico alle misure cautelari alternative. La questione è però rimasta inalterata per detenute rom, straniere o senza famiglia che, non avendo una dimora fissa, non possono usufruire degli arresti domiciliari. Per risolvere questo problema, nel 2011 è stata approvata una nuova legge che consente, salvo i casi di eccezionali esigenze cautelari dovute a gravi reati, la possibilità di scontare la pena in una Casa famiglia protetta, dove le donne che non hanno un posto possono trascorrere la detenzione domiciliare portando con sé i bambini fino a 10 anni. Ma, nonostante la legge sia entrata in vigore il primo gennaio del 2014, di Case famiglie protette, al momento, non c’è neanche l’ombra. Ci sono poi gli Icam, acronimo che sta per istituto a custodia attenuata per detenute madri: sono strutture detentive più leggere, istituite in via sperimentale nel 2006 per permettere di tenere con sé i figli alle detenute madri che non possono beneficiare di alternative alla detenzione in carcere. Gli Icam attivi sono a Milano, Torino, Venezia, Senorbì-Cagliari e a Roma e ospitano 26 bambini sui complessivi 43 che vivono con le mamme detenute. Ricordiamo inoltre che il 21 marzo 2014 l’allora ministro della Giustizia, il Garante nazionale dell’Infanzia e dell’adolescenza e Bambini senza sbarre Onlus hanno sottoscritto la prima Carta dei diritti dei figli di genitori detenuti in Europa. Si tratta della prima Carta in Italia e in Europa a tutela dei diritti dei 100mila bambini e adolescenti che entrano nelle carceri italiane.

Come vivono i bambini il carcere?

Non è difficile immaginarlo. I figli dei detenuti sono costretti a vivere sin da piccoli l’esperienza di colloqui, perquisizioni, grate e rimbombo di pesanti porte blindate. È un fenomeno che riguarda pochi minori, ma è presente nel nostro paese: questi bambini trascorrono i primi mille giorni di vita di fatto, da reclusi. Telefono azzurro è una di quelle realtà che da sempre opera per tutelare i diritti dei bambini a vario titolo. Lo fa anche in questo delicato ambito per tutelare i loro diritti e garantire loro una crescita sana ed equilibrata. A tal proposito è nato già nel 1993 il progetto “Bambini e Carcere”, grazie all’impegno dei volontari di Telefono Azzurro e reso possibile grazie alla collaborazione con il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria del Ministero della Giustizia. Un accordo che è stato rinnovato nei gironi scorsi, con la firma del Protocollo di Intesa che regola le attività dell’associazione nelle strutture carcerarie di tutta Italia. A rendere l’idea della portata dell’iniziativa sono i numeri diffusi da Telefono Azzurro: solo nel 2015 sono stati oltre 10mila i bambini e ragazzi seguiti dalle attività del progetto, attraverso la costante presenza di 224 volontari adeguatamente formati e preparati, in 18 carceri in tutta Italia. Tutte le attività dei volontari sono finalizzate a creare un clima sereno e accogliente per il minore: per i più piccoli, l’obiettivo è di facilitare il rapporto con la mamma e rendere meno traumatica la convivenza in una struttura penitenziaria.

Il progetto “Bambini e Carcere“ ha l’obiettivo di favorire il rapporto dei minori con i genitori detenuti, anche in un contesto come la realtà carceraria spesso difficile da comprendere, soprattutto per un bambino – racconta Ernesto Caffo, presidente di Telefono Azzurro e Docente di Neuropsichiatria Infantile – Il Protocollo rafforza l’impegno del ministero della Giustizia a fianco dei bambini e delle famiglie dei detenuti. E Telefono interviene in prima persona, durante e dopo il carcere, per contribuire a ricostruire un tessuto sociale e familiare lacerato. Cercando di mettere in pratica il principio sancito dall’articolo 9 della Convenzione ONU sui diritti dell’infanzia secondo cui il bambino i cui genitori, o uno dei due, si trovano in stato di detenzione, deve poter mantenere con loro dei contatti appropriati.
Il progetto si muove in due direzioni: la fase del “Nido” che consente ai bambini di trascorrere i primi anni (0-6) con la mamma in carcere in una situazione affettiva, logistica ed organizzativa a misura di bambino, e la “Ludoteca” per attenuare l’impatto con la dura realtà carceraria al momento del colloquio con il genitore detenuto. Con le attività nella Ludoteca si cerca anche di allentare la tensione precedente all’incontro del bambino con il genitore detenuto. I volontari, in questo contesto, avviano attività che permettono a genitori e figli di essere i veri protagonisti: giochi, laboratori, animazione e assistenza, con l’unico obiettivo di tutelare la crescita psico-affettiva del minore e garantire un ambiente sereno per la coltivazione del rapporto con i genitori, affinché per i bambini possa essere un po’ più semplice la permanenza in un luogo angusto per definizione.