Hip hop, break dance, urban dance, street dance… tanti nomi per definire lo stile di danza più popolare del momento (anzi, gli stili!), e che spesso vengono usati impropriamente. Come orientarsi in questo caos? Soprattutto se i vostri bambini cantano tutto il giorno il (t)rapper di turno, e vi dicono che vogliono imparare a ballare come vedono in tv o su YouTube?

La street dance e l’hip hop

Per questo articolo ci siamo affidati alle opinioni esperte di Sara Bensi, direttrice artistica della scuola 2B Studio di Montebelluna (Tv) e insegnante di hip hop nella scuola Scarpette Rosse di Padova, e di Francesca Corazza, direttrice artistica della scuola Atelye54 di Padova, specializzata in street dance. Cercheremo di essere brevi, ma questa premessa ci serve per capire meglio di cosa effettivamente si parla quando entrate in una scuola di danza con i vostri figli che vogliono fare hip hop. Ah, se siete abbondantemente trentenni, vi sveliamo un segreto: quello che vogliono fare i vostri figli, quando avevate la loro età si chiamava, erroneamente peraltro, funky.

Partiamo dalla categoria che comprende “tutto”: per street dance si intende qualunque stile di danza che sia nato al di fuori di una scuola, al di fuori di una codificazione accademica. L’hip hop è quindi una forma di street dance? Sì, ma anche no. L’hip hop in primo luogo è una cultura, che si è sviluppata negli Stati Uniti a cavallo fra gli anni Sessanta e Settanta, e che comprende più arti: la musica, la danza, i writers etc. È nato come reazione a un disagio vissuto dagli emarginati della società, e si è sviluppato di “block party” in “block party”: le feste in strada dove i giovani, afroamericani e latini, interagivano e si sfidavano ballando, cantando, suonando.

L’hip hop oggi è diventato mainstream, complice la fama dei suoi artisti e la forte presenza mediatica: basta pensare ai talent dove negli anni la componente hip hop è molto presente. Nonostante la “strada” non sia più il fulcro di questo movimento, come cultura l’hip hop e la street dance in generale restano però fortemente ancorate al presente che cambia, contaminandosi in continuazione. Ecco quindi che oggi la street dance comprende molti stili, in un percorso ancora in piena evoluzione: nelle scuole – elenca Francesca Corazza – «sentirete parlare di breaking (che è il termine corretto per definire la break dance), popping, locking, house dance, waacking e altri ancora». Tutte tecniche che hanno, in pratica, la stessa radice culturale ma ramificazioni in passi e musica diverse o parzialmente diverse.

A quale età cominciare e come funziona l’hip hop per i bambini?

«Prima dei 6-7 anni, per qualunque tipo di danza si deve parlare solo di propedeutica, che comincia dai 3 anni», le nostre insegnanti in questo sono molto chiare. Il vero avviamento alla danza, inoltre, deve essere neutro, non finalizzato a uno stile in particolare. Nella propedeutica fatta bene i bambini, attraverso giochi ed esercizi su musiche di tutti i tipi (classica, moderna, reggaeton etc.), imparano il senso del ritmo, prendono coscienza del loro corpo e dello spazio in relazione con gli altri, sviluppano la memoria e la coordinazione. Tecniche e stili arrivano dopo.

Per quanto riguarda l’hip hop, quando giunge il momento di impararlo davvero, si procede per gradi. Spiega Sara Bensi: «Con i bambini non si può lavorare subito sugli stili differenti, ma si insegnano i movimenti base. Si allena la memoria con le coreografie, ci si esercita a tenere il ritmo. E si comincia a giocare con l’improvvisazione, con il freestyle: così si impara anche a superare le proprie paure o la vergogna». Gli stili arrivano verso i 10-11 anni, perlomeno nella didattica di Sara: «Inizio a introdurre a quell’età degli “assaggi” delle varie anime dell’hip hop: i bambini sperimentano e cominciano a capire cosa piace loro di più».

Perché fare hip hop?

Perché è di moda? Beh, forse i vostri figli lo chiedono per questo. Ma ci sono due aspetti importanti che arrivano dalla natura stessa dell’hip hop, dal suo essere nato “in strada” e spontaneo, e che sono presenti in questo più che in altri stili di danza. In primo luogo, una certa libertà: «Anche se l’hip hop ora ha perso la purezza delle origini, rispetto alle altre danze mantiene una certa libertà: si lavora molto sull’improvvisazione», spiega Sara. Poi, il senso di squadra: «La cosa bella della street dance in generale, e dell’hip hop poi, è che nasce come “social dance”. È una danza di gruppo e di aggregazione, non per niente si formano le cosiddette “crew” per ballare. La forza è nel gruppo: nel lavorare sodo con i compagni, nel fidarti di loro, nel costruire insieme qualcosa di bello», aggiunge Francesca.

Hip hop come strumento per far conoscere la danza ai maschi

C’è anche un ultimo aspetto positivo dell’hip hop che, per certi versi, intristisce sottolineare nel 2019, ma è giusto riconoscerlo. L’hip hop è l’unico stile di danza che per molti adulti viene considerato concepibile per i maschi, quindi non è un problema se i figli vogliono farlo. Sia Sara che Francesca hanno moltissimi allievi, Francesca in particolare insegna a un gruppo con più ragazzi che ragazze, «ma lo stereotipo del ragazzino che non si può nemmeno avvicinare a una scuola di danza altrimenti viene deriso c’è ancora», racconta. Invece capita che, proprio grazie all’hip hop, i bambini si interessino anche ad altre forme di danza e vogliano sperimentarle, allargando così le loro possibilità di esprimersi artisticamente, per il gusto di farlo. Come finora han sempre fatto le bambine. Anche questa è una discriminazione di genere… no?