Torniamo a parlare dell’esperienza di MOCA Interactive, stavolta sentendo l’opinione di Marco Ziero, uno dei titolari di questa agenzia di web marketing di Treviso, che due anni fa ha deciso di sperimentare il lavoro agile.

Abbiamo già incontrato con Elisa Sisto la realtà di MOCA Interactive di Treviso, che ha introdotto da circa due anni lo smart working, rispondendo a una richiesta dei dipendenti. Abbiamo perciò colto l’opportunità di avere il punto di vista anche di un datore di lavoro. Marco Ziero, uno dei titolari di MOCA, sintetizza così la filosofia alla base di questa scelta: Io mi voglio sganciare dalla “condizione fisica“. I nostri clienti ci pagano il tempo che impieghiamo a dare loro il servizio richiesto. Non dove lo facciamo.

Prima di parlare di smart working, conosciamo meglio MOCA Interactive. MOCA è un’agenzia di web marketing nata nel 2004: i soci sono tre, uno dei quali è un’altra agenzia del settore. Come già sottolineato nel precedente articolo, MOCA è una pmi, piccola ma non piccolissima. Ci lavorano 22 persone: la più giovane ha 24 anni, la più grande 43, è c’è una leggera maggioranza di uomini rispetto alle donne. Abbiamo anche 4 posizioni aperte, quindi il 2018 dovrebbe vederci superare i 25 colleghi, precisa Ziero. Già, perché Marco non ama parlare di dipendenti: tutti sono semplicemente colleghi.

Come siete venuti a contatto con il lavoro agile?
Abbiamo cercato di capirci qualcosa più o meno due anni fa, quando si parlava solo del disegno di legge, che però veniva rinviato e rinviato ancora. Nello stesso periodo continuavano a uscire articoli sullo smart working. Con lo stimolo di Angela, mamma di due bambini, si è creato un gruppo di lavoro per approfondire la questione, senza aspettare il legislatore. Questo gruppo era formato da quattro colleghe, tutte con figli o con difficoltà legate alla distanza casa-ufficio. Noi abbiamo chiesto che trovassero la risposta a queste domande: chi è interessato, cosa dobbiamo fare e quanto ci costa?

La vostra prima reazione, quindi, è stata subito favorevole o avete avuto dubbi?
Non avevamo preconcetti: ci interessava solo capire “come“ partire e che investimento fare. A MOCA per principio non abbiamo cartellini da timbrare: responsabilizziamo con tanta fiducia i colleghi e abbiamo sempre cercato di venire incontro alle esigenze, da ben prima del lavoro agile. Un esempio: il collega padovano con una visita medica che rendeva complicato poi venire a Treviso in ufficio. La soluzione era prendere il portatile per le trasferte, lavorare una volta finito l’impegno, e recuperare in altro momento le ore non fatte. Ragionare in questo modo per noi è sempre stato un win-win: i lavori non restavano bloccati e il collega non doveva per forza chiedere ferie o permessi in caso di esigenze particolari.

Quanto ci avete messo a diventare operativi con lo smart working?
Circa sei mesi dopo aver capito meglio cosa fare, e dopo un po’ di test. Con l’indagine interna abbiamo avuto risposte varie fra i colleghi: c’era chi voleva provare lo smart working, chi no e chi “non adesso“. Questo ci ha consentito di procedere alla trasformazione tecnologica in modo graduale. Man mano che scadevano i noleggi, abbiamo sostituito tutti i computer fissi con dei portatili. Poi abbiamo acquistato un software che funziona come centralino, in modo da poter passare al collega fuori sede le chiamate che arrivano in ufficio. L’investimento, in termini economici, è stato questo. Ora la situazione è che due colleghe, Elisa e Angela, sono smart worker con costanza, mentre alcuni fanno giornate in lavoro agile a seconda delle esigenze. Ma c’è anche chi preferisce stare in ufficio.

Le statistiche del Politecnico di Milano parlano di ignoranza o diffidenza delle pmi. Visto, poi, che siamo in Veneto: Ida Gasparetto, che ha condotto una ricerca per Ca’ Foscari, ci ha detto che uno dei problemi a Nordest è l’imprenditore con l’atteggiamento da “paròn“ che deve controllare tutto. Lei guida una pmi: che opinione ha al riguardo?
Innanzi tutto, io non mi sento un imprenditore: mi sento un manager. Quando delego, delego davvero perché non mi interessa sapere dove sono i miei colleghi: mi interessa che ciascuno svolga il suo compito. Forse io e il mio socio abbiamo questo atteggiamento perché a MOCA siamo partiti come dipendenti, rilevandola nel 2011. In ogni caso, non fatico a credere a quelle percentuali, ora come ora. Probabilmente la diffidenza nasce anche dal fatto che non sai bene a chi fare riferimento per informarti: quando abbiamo cominciato noi, nemmeno le agenzie per il lavoro avevano le idee chiare.

Denominatore comune di molte ricerche sullo smart working è il fatto che flessibilità, felicità e produttività siano strettamente collegate. L’esperienza di MOCA lo conferma?
Non ho modo di misurare concretamente se ci sia stato un aumento di produttività. Però so che i miei colleghi, quando parlano della nostra azienda, citano anche lo smart working fra i motivi per i quali da noi si sta bene. La reputazione di MOCA migliora e la reputazione vale più della produttività, secondo me. Nel nostro settore, poi, c’è difficoltà ad attrarre talenti: quando in sede di colloquio io dico che diamo al lavoratore un budget annuale per la formazione, che abbiamo lo smart working… questa è un’arma per farci scegliere. Ma anche per trattenere i lavoratori: se uno è felice di stare qui, continuerà a starci. Del resto, sono le persone la risorsa più preziosa della nostra agenzia: se voglio che l’agenzia migliori, devo aiutare le persone a dare il meglio di sé.

Quando si parla di conciliazione vita-lavoro, si pensa soprattutto alle donne. Lei vede lo smart working, che nasce con questo obiettivo, come soluzione di genere o universale?
Assolutamente universale. Anche se, ora come ora, questo strumento appare più appetibile per le donne che hanno figli.