Incontriamo Valeria Bottalico, curatrice di laboratori didattici che educano all’arte attraverso lo sviluppo di tutti i sensi, non solo la vista.

Valeria Bottalico, entusiasta e appassionata storica dell’arte e ricercatrice, pugliese di nascita e veneziana di adozione, è la creatrice di Doppio senso: percorsi tattili alla collezione Peggy Guggenheim: una serie di percorsi sensoriali di avvicinamento all’arte inseriti all’interno di un progetto di accessibilità museale e di inclusione dedicato ad un pubblico eterogeneo, formato anche da bambini con disabilità. Da cinque anni sta conducendo una ricerca dedicata alla mediazione e alla fruizione del patrimonio culturale per un pubblico di persone non vedenti e ipovedenti in chiave inclusiva. L’abbiamo incontrata proprio dopo la felice esperienza alla Guggenheim di Venezia, esperienza che dovrebbe ripartire proprio questo giugno, e ci ha raccontato la forza di queste opportunità pensate specificamente per i non vedenti. Ma aperte a tutto il pubblico, che in questo modo potrà regalarsi un’esperienza in genere impossibile.

Collabora da anni con diverse istituzioni museali e istituti scolastici progettando e coordinando attività educative con attenzione ai temi dell’accessibilità. Come nasce il suo interesse per la trasmissione dell’arte ai bambini diversamente abili?

Partivo come storica dell’arte, forte della mia impostazione accademica e abituata ad utilizzare un linguaggio “aulico” nella descrizione delle opere. Ho poi intrapreso un progetto di servizio civile e sono approdata ad un istituto per sordomuti, bambini con disabilità mentali, sindrome di down e genitori che con loro affrontavano una quotidianità sino ad allora a me sconosciuta. Successe che un giorno un bambino pronunciò il mio nome: non era muto, semplicemente io non riuscivo a capirlo e soprattutto a farmi capire da lui. Sono rimasta pietrificata perché mi sentivo incapace di comunicare in modo efficace. È stato il punto di non ritorno e questo ha cambiato il mio sguardo sulle cose. Mi sono sentita inadeguata, non sapevo parlare la lingua dei segni. L’unico modo che avevo per comunicare con loro era l’opera d’arte perché venivo da quel mondo lì. Ho iniziato come autodidatta, la spinta del bambino ha creato in me un forte desiderio di riuscire a comunicare con lui. Io non conoscevo la sua lingua, non lui la mia: è stato un incontro fortunato sia per me che per loro.

Come avviene l’esperienza sensoriale nei percorsi che organizza?

I laboratori sono ispirati agli insegnamenti di Bruno Munari, che diceva Conservare lo spirito dell’infanzia dentro di sé per tutta la vita vuol dire conservare la curiosità di conoscere il piacere di capire la voglia di comunicare, e di Filippo Tommaso Marinetti (Manifesto sul tattilismo, 1921). Tutto parte dall’utilizzo dell’arte come forma di educazione, con l’obiettivo di una maggiore autonomia per i bambini con disabilità. In alcuni casi si parte dall’immagine e si lavora sul processo mentale utilizzato dall’artista e sulla tecnica, mettendo a disposizione dei bambini strumenti adeguati alle loro necessità. Nel caso di un bambino down, ad esempio, si può sostituire il pennello da pittura sottile con uno da barba: questo semplice accorgimento gli facilita l’impugnatura e gli rende più gradevole l’approccio alla pittura. Così abbattiamo tante piccole barriere che si frappongono tra i nostri figli e il meraviglioso mondo dell’arte.

E nel caso di bambini e adulti non vedenti come avvengono i laboratori didattici?

Gli ipovedenti o non vedenti non guardano l’opera d’arte con gli occhi ma con le mani. Per loro si mettono a disposizione strumenti ad hoc affinché possano elaborare l’immagine mentale dell’opera. I percorsi alla Guggenheim di Venezia erano dedicati sia a vedenti che a ipovedenti: si è usata una modalità di descrizione dell’opera d’arte così precisa da renderla visibile nella mente di chi ascoltava. Del resto è lo stesso processo mentale che mettiamo in atto tutti, ma per chi vive “al buio” l’esperienza risulta ancora più intensa in quanto i sensi a loro disposizione sono più ricettivi e più allenati a percepire anche non direttamente dagli occhi. Nei percorsi tattili si aiutano le persone vedenti e non vedenti ad utilizzare le mani, portatrici di memoria come tutti gli altri sensi. A Milano in un laboratorio denominato “Vietato non toccare” i bambini, a differenza di quanto normalmente succede nei musei, erano invitati a fruire delle opere d’arte di uno scultore non vedente attraverso le mani. Così funziona ed ha funzionato anche alla Guggenheim: si comincia con la visita tattile e successivamente si segue il laboratorio condotto dallo scultore non vedente Felice Tagliaferri, un artista ormai quotatissimo a livello internazionale che ha fatto della fruibilità del patrimonio artistico una missione di vita e che nel suo atelier, la Chiesa dell’Arte, a Sala Bolognese, organizza corsi di scultura per adulti e bambini. E, naturalmente, lascia toccare a tutti le sue opere.

Qual è la differenza che percepisce nell’approccio ai suoi laboratori tra il mondo degli adulti e quello dei bambini?

Durante i laboratori i bambini hanno un approccio molto più spontaneo e naturale verso i loro coetanei diversamente abili. Il percorso tattile può diventare una vera sorpresa, da scoprire in due: l’uno ha gli occhi bendati, l’altro lo guida. L’esplorazione è ludica e libera: i bambini trovano con facilità un modo per comunicare senza barriere e ognuno sperimenta individualmente il proprio tempo. La “diversità” è percepita molto meno dai bambini che dagli adulti: in questo i bambini hanno moltissimo da insegnarci.