Giocare è per i bambini una questione molto seria: Eloisa Valenza, docente di Psicologia dello sviluppo dell’Università degli studi di Padova, ci spiega perché rappresenta un imprescindibile strumento di crescita.

Per i bambini il gioco è tutt’altro che un passatempo, è un vero e proprio allenamento alla vita. Abbiamo approfondito questo tema, focalizzandoci in particolare sull’età prescolare, con Eloisa Valenza, docente di Psicologia dello sviluppo dell’Università degli studi di Padova, che ci ha spiegato come le modalità e le funzioni del gioco cambino nel corso dello sviluppo.

Qual è l’importanza del gioco per i bambini in età prescolare?

“Gioco” e “bambini” rappresentano un binomio così stretto che spesso si fa coincidere l’intera attività infantile con il gioco. In realtà il gioco non è una prerogativa dell’infanzia, anche gli adulti e gli animali giocano, e, d’altra parte, non tutto ciò che il bambino fa può essere considerato gioco. Fatta questa precisazione, va detto che il gioco infantile ha delle peculiarità che lo rendono unico: attraverso di esso, infatti, il bambino conosce la realtà che lo circonda, conosce gli altri e se stesso.

Quali sono gli ambiti in cui il gioco rappresenta un motore di sviluppo?

Il gioco contribuisce in modo rilevante allo sviluppo cognitivo e allo sviluppo socio-emotivo del bambino: incoraggia i comportamenti esplorativi, offrendo ai più piccoli la possibilità di scoprire ciò che li circonda e, dunque, di conoscere cose nuove. Allo stesso tempo, però, esso rappresenta un’ottima palestra per imparare a relazionarsi con gli altri ed è un potente strumento di socializzazione.

Si può distinguere tra diverse tipologie di gioco in base alla funzione che assolve?

Esistono varie tipologie di gioco: il gioco senso-motorio, il gioco di finzione o simbolico, il gioco sociale, i giochi strutturati. Posti di fronte agli stessi oggetti, bambini di diverse età manifestano giochi differenti e ciò testimonia che la funzione del gioco cambia a seconda del livello di sviluppo cognitivo e sociale raggiunto dal bambino.

Ad esempio, se si dà a un bimbo di 6-7 mesi una tazza e un cucchiaino, egli li userà per un gioco senso-motorio (sbatterà il cucchiaino all’interno della tazza per sentire il rumore che esso provoca, lo porterà alla bocca, per esplorare oralmente l’oggetto ecc.). Se gli stessi oggetti vengono invece consegnati ad un bambino di 2 anni, il gioco che ne farà sarà simbolico (farà finta di mangiare); diversamente, se offerti ad un bimbo di 3 anni, egli li utilizzerà per un gioco simbolico e al contempo sociale (dar da mangiare alla bambola o a qualcun’altro). La complessità e la funzione dei giochi cambiano, quindi, durante lo sviluppo, in sintonia con il cambiamento delle abilità cognitive e sociali.

Giochi “da maschi” e giochi “da femmine”: è il gioco ad influenzare il riconoscimento del proprio genere o è l’identificazione nel genere che orienta il gioco?

Lo sviluppo dell’identità, inclusa l’identità di genere, è un processo evolutivo lungo, che ha inizio nell’infanzia e culmina nella tarda adolescenza, quando il ragazzo inizia ad essere consapevole delle dimensioni psicologiche e socio-culturali dell’essere maschio o femmina. Durante questo complesso processo evolutivo, il bambino acquisisce inizialmente un’identità di genere, cioè si riconosce come maschio o come femmina. In seguito, soprattutto durante gli anni prescolari, egli apprende un’identità di ruolo, ovvero impara a comportarsi e a pensare adeguandosi ai ruoli di genere della propria cultura. È in questa fase che il bimbo orienta i suoi giochi per renderli conformi alle aspettative del genere al quale appartiene e, a partire dai 5-6 anni, si osserva una vera e propria segregazione di genere: i maschi giocano con i maschi, e le femmine giocano con le femmine.

Giocare da soli, con i genitori, con i pari: è consigliabile che il bambino esplori tutte queste modalità? Perché?

Il bambino deve esplorare tutte queste modalità, perché ciascuna di esse promuove aspetti dello sviluppo diversi, ma allo stesso modo importanti. Il gioco solitario favorisce la fantasia e il pensiero simbolico, mentre nel gioco con i pari il bambino apprende a gestire le proprie emozioni (la rabbia e la frustrazione di una partita persa, l’orgoglio per il successo in un gioco competitivo), e sviluppa competenze prosociali, quali la negoziazione (ora tocca a me poi tocca a te), la cooperazione (costruiamo insieme qualcosa), la gestione dei conflitti.

Un ruolo fondamentale è ricoperto anche dai genitori, soprattutto nelle prime fasi dello sviluppo, quando tocca a loro a strutturare l’attività ludica dei propri bambini. In particolare, nei primi due anni di vita la conoscenza degli oggetti è mediata in buona parte dagli adulti di riferimento, che mostrano al piccolo le proprietà fisiche e funzionali, motivandoli all’esplorazione. La motivazione al gioco e all’esplorazione della realtà è quindi influenzata dalla capacità dell’adulto di creare un contesto interattivo. I bambini che dimostrano un attaccamento sicuro alla mamma e al papà sono anche quelli più predisposti ad esplorare contesti nuovi, e manifestano giochi di finzione più frequenti rispetto ai bambini con attaccamento insicuro.

Tablet e smartphone, e i loro giochi interattivi, in età prescolare: sì o no? Perché?

Non vi è nulla di male nel fatto che i bambini siano attratti dal tablet e dallo smartphone: questi oggetti, come altri, fanno parte dell’ambiente familiare e pertanto vanno esplorati, cosa che tuttavia è meglio avvenga in compagnia di un adulto. Diverso è se i giochi interattivi, ma anche la televisione, diventano dei baby sitter disponibili 24 ore su 24, sostituendosi al fondamentale e imprescindibile ruolo che adulti e coetanei esercitano per lo sviluppo del bambino.