Teresa Buongiorno, scrittrice, autrice televisiva e molto altro ci parla del suo percorso, dei suoi libri e di come la tecnologia non sia qualcosa da esorcizzare

Ho incontrato Teresa alla Fiera del Libro per Ragazzi di Bologna: capelli ricci bianchi, un sorriso accogliente, un’energia bellissima e davvero tante cose da dire. In sala la ascoltavamo rapiti parlare di Dizionario della fiaba, di quella che è la sua storia, di come abbia influito su quella di molti ragazzi (è stata infatti uno degli autori del tanto amato L’albero azzurro). è stato quasi un obbligo proseguire quell’incontro dandogli la forma di un’intervista. Ecco quindi le parole di uno dei nomi più importanti della storia della cultura per ragazzi del nostro Paese.

“Da giovane sognavo di fare il lettore di professione, così mi sono iscritta a Lettere Moderne all’Università La Sapienza, di Roma. Mi sono laureata in Storia Medioevale convinta che la formazione storica mi avrebbe permesso di vedere i libri nel contesto più vasto della vita. Poi ho rinunciato a una carriera accademica perchè mi sembrava di aver bisogno di strumenti più moderni per capire il mondo, e sono diventata assistente sociale, con un’esperienza anche al Tribunale dei Minori di Roma. Ho lasciato il servizio sociale per l’insegnamento, italiano in un liceo classico, e infine sono arrivata, quasi per caso, ad avere una pagina-libri su un rotocalco. Erano gli anni Sessanta, un momento in cui la nostra letteratura si stava rinnovando”.

Perché dedicarsi ai ragazzi?

Dedicarmi ai ragazzi non è stato una mia scelta. Quando il rotocalco per cui scrivevo è fallito, ho fatto l’illustratrice e ho ripreso le collaborazioni giornalistiche. Nel 1968 la Rai, volendo rinnovare i programmi per bambini, prima importati dalla BBC, me ne affidò l’incarico. Accettai solo al patto di avere nella squadra Gianni Rodari per i testi e Lele Luzzati per le scenografie, due firme emergenti. La mia vita cambiò. Anche perché, in contemporanea, Corrado Guerzoni, nuovo direttore del Radiocorriere TV, mi affidò una rubrica sulla cultura dell’infanzia: ancora una volta i libri ma in un contesto più grande. Erano gli anni Settanta.

Autrice di romanzi, saggi e racconti: cosa contraddistingue un buon libro per ragazzi?

Sono diventata scrittrice di romanzi per ragazzi quando, nel 1975, arrivai alla Rai di Milano per lavorare con Bianca Pitzorno, sotto la direzione di Raffaele Crovi, che poi lasciò la Rai per l’editoria. Era stato l’aiuto di Vittorini al tempo in cui cercava nuovi scrittori per Einaudi, e fu lui a farmi il primo contratto. Stava lanciando per Rusconi una collana di romanzi storici per ragazzi e nacque il mio Ragazzo etrusco, oggi ancora in libreria per Piemme. Da allora ho pubblicato circa una trentina di libri, con vari editori, da Salani a Piemme, da Mondadori a Lapis, a Laterza; alcuni saggistici, molti romanzi storici, spesso ambientati nel medioevo, ma l’ultimo è sulla Grande Guerra, Il sentiero dei ricordi (Battello a vapore). Ho fatto un album illustrato, Abul Abbas elefante imperiale (Lapis), sull’elefante che il califfo di Bagdad donò a Carlomagno, e due romanzi per i più piccoli, Chi ha paura di Babbo Natale e La befana vien di notte…o no? (Battello a vapore).

La mia regola è sempre la stessa: un libro per ragazzi non deve mai dare niente per scontato, qualsiasi cosa va spiegata. Quando si scrive per adulti non è necessario. Se dici “Medioevo” o “Grande Guerra” si presuppone che un lettore medio ne sappia abbastanza, i ragazzi invece non sanno niente, anche perché la storia è scomparsa dai programmi scolastici, la Grande Guerra si affronta soltanto alle superiori, e il Medioevo alle medie. E poi deve avere in sé la possibilità di vari livelli di lettura, ed è poi questo che caratterizza tutti i capolavori, originariamente scritti per adulti e poi adottati dai lettori giovani.

Dagli anni Settanta al 2015: quali sono gli aspetti della cultura dell’infanzia che sono maggiormente cambiati?

I cambiamenti sono stati graduali. Inizialmente sono state spazzate le via le fiabe, retaggio di tempi passati, poi rivalutate da Bettelheim, il grande psicanalista dei bambini, e da Propp, antropologo russo, che identificava nelle fiabe i ricordi di riti iniziatici dei primi uomini. Rosellina Archinto importava per Emme Edizioni gli album illustrati con i migliori artisti di altri paesi, Munari spiegava ai bambini le regole del lavoro artistico con i laboratori di Brera, Rodari con la Grammatica della fantasia forniva a tutti i segreti del mestiere, non perché tutti diventassero scrittori, ma perché la padronanza della parola rende tutti più liberi.

Intanto la tv portava in casa i capolavori della letteratura con film e sceneggiati, la Disney manteneva in vita le fiabe e produceva documentari sugli animali, che prima potevano esser visti solo allo zoo. Alberto Manzi alfabetizzava milioni di italiani. Si ebbe paura che troppa televisione facesse male ai bambini, come oggi si temono i cellulari, ma pochi sanno che la tv ha avuto il merito di attivare l’emisfero destro del cervello, prima assopito, perché l’istruzione puntava solo sulla razionalità, impegnando l’emisfero sinistro…

La tecnologia cambia ogni giorno il mondo sotto i nostri occhi, eppure bambini e ragazzi non disertano il libro, dato che l’editoria per loro è l’unico settore in attivo del sistema. In parte contribuiscono i genitori, che per supportare la crescita dei loro figli si affollano in libreria.

Uno dei suoi ultimi lavori, Dizionario di una fiaba (Lapis), vuole essere una guida. Qual è l’importanza delle guide?

Il Dizionario della fiaba, come il precedente Dizionario della letteratura per ragazzi (Fabbri 2002), si rivolge a ogni genere di lettori e vuole mettere alla portata di tutti i risultati del lavoro degli specialisti, antropologi, letterati, editori, perché dopo tante contestazioni si è scoperto, con Calvino, che “le fiabe sono il catalogo dei destini che possono darsi a un uomo e a una donna”. Per dirla con Propp, nelle fiabe ci sono gli “archetipi”,“qualcosa come i “geni” del DNA in biologia. E c’è chi cerca i “memi”, cioè gli archetipi,“nel nostro DNA… Ormai letteratura e scienza s’incontrano. Calvino è diventato il Grimm italiano per volere di Giulio Einaudi”, nella cui casa editrice lavorava come editor, quando Einaudi pubblicava nei Millenni le fiabe di tutto il mondo: tedesche e norvegesi, russe e africane, francesi e via dicendo, e ci fa vedere che tutti i popoli si tramandano, con diversi titoli, le stesse storie: Cappuccetto Rosso e la Bella e la Bestia, Cenerentola che viene dalla Cina e Giufà lo sciocco, che è presente in tutto il mediterraneo. Non a caso l’introduzione al mio dizionario ha la firma di Vinicio Ongini, specialista di multicultura per il Ministero della Pubblica Istruzione.

Scrittrice, ma soprattutto nonna. Cosa insegna Teresa Buongiorno ai nipoti?

Più che insegnare qualcosa ai nipoti, imparo da loro. Mi raccontano le loro curiosità, i loro problemi. Lo stesso accade con i ragazzi che incontro per la promozione alla lettura nelle scuole. Solo così sono disposti ad ascoltare le nostre esperienze.

Parliamo del futuro: i prossimi obiettivi e i progetti ancora nel cassetto.

Sto scrivendo un romanzo sulle mie prime vacanze all’estero, da sola, con le amiche. Altri sono nel cassetto, non scritti, ma già pensati. Sto anche raccogliendo e rivedendo i miei pezzi giornalistici, le mie esperienze di lettore di professione: da anni collaboro ad Andersen, il mensile legato al premio, che ora porta in edicola i libri premiati con Il Sole 24 ore, e a LiBeR, la rivista saggistica di letteratura per ragazzi della Biblioteca Rodari di Campi Bisenzio (Firenze). Voglio utilizzare questo materiale per realizzare un’introduzione alla cultura dell’infanzia.
Anche la Fabbri porta in edicola i migliori libri per ragazzi, con Centuria. Se il mercato si muove,“è un buon segno.”