È cominciata ieri la 14esima edizione del Tocatì, il festival del gioco in strada che attira ogni anno a Verona migliaia di appassionati. Giuseppe Giacon, fra gli organizzatori, ci racconta la cultura alla base di questa manifestazione ormai internazionale.

Fino a domenica 18 settembre, a Verona è di nuovo Tocatì, il festival del gioco in strada che ormai da 14 anni rende la città scaligera capitale dei giochi tradizionali. Da quelli “di altri tempi” a quelli indissolubilmente legati al territorio dove sono nati, che quasi sempre coincidono e che uniscono nella stessa passione grandi e piccoli. L’ospite straniero del 2016 è la Cina, alla quale è stata dedicata la suggestiva installazione Respiro: in riva all’Adige trecento canne di bambù con altrettante girandole issate in cima.

Il programma si snoda in punti diversi della città ed è ricchissimo: oltre cento eventi, fra gli appuntamenti dedicati al gioco vero e proprio (con l’interessante confronto fra quaranta giochi tradizionali cinesi e italiani), incontri e conferenze, concerti e laboratori dei progetti collaterali. Sul sito della manifestazione trovate il programma completo con precisati gli eventi che si terranno anche in caso di maltempo. Le previsioni per questo fine settimana, infatti, non sono delle migliori ma il Tocatì promette di rendere comunque speciale la vostra gita a Verona. Come speciali sono la sua storia e gli obiettivi che si prefigge, di cui abbiamo parlato con Giuseppe Giacon di Aga, l’associazione Giochi antichi che organizza il festival.

Tocatì ormai è un marchio riconosciuto a livello internazionale, ma la parola ha un origine dialettale: in veneto significa “tocca a te”. Cosa volevate comunicare scegliendo questo nome?

Tocatì, “tocca a te” è la chiamata al gioco: siamo dei giocatori e pensando a una manifestazione per giocatori il nome ci è uscito come una battuta. Abbiamo scelto il dialetto perché da subito la nostra riflessione sul gioco era territoriale. Territoriale però non in senso “locale”, ma nel senso di valorizzazione del territorio come luogo di cultura. Quando siamo partiti, qualcuno ci aveva anche detto che con un nome del genere non avremmo fatto strada. Invece… chi poteva immaginare che il Tocatì si sarebbe sviluppato nella grandissima manifestazione che è oggi?

Parlate spesso di comunità ludiche e di cultura ludica, cosa sono?

Una comunità ludica è composta da un gruppo di persone che sono giocatori veri: giocano, cioè, non per esibizione, come capita ad esempio nelle rievocazioni storiche, ma coltivano regolarmente la passione vivendo la dimensione originaria del gioco stesso, che è un’esperienza di libertà e conoscenza. I giochi tradizionali, e non solo, sono portati avanti da queste comunità che, forse, tendono a essere autoreferenziali: col Tocatì abbiamo fatto la scommessa di farle incontrare e la riflessione è ancora in corso. I giochi tradizionali, poi, sono quasi sempre legati al territorio in cui vivono e vi è anche, magari nella costruzione dell’oggetto ludico, la trasmissione di una certa cultura nel tempo.

Facciamo un po’ di chiarezza, cos’è un gioco tradizionale?

I giochi tradizionali sono narratori di luoghi e persone: sono tutte quelle attività ludiche che nascono e si radicano in un territorio e ne seguono l’evoluzione, dalle Pljočke nel Molise alla Palla eh di Siena al Truc friulano e così via. Quando parliamo di gioco tradizionale, parliamo dell’umanità: non è una cosa statica, non è museificazione. Noi lavoriamo per la loro salvaguardia, che come concetto contempla in sé la possibilità di “snaturare” un gioco per mantenerlo vivo. Questa è la differenza fondamentale con i giochi antichi. Del resto il gioco tradizionale dal 2003 fa parte dei patrimoni immateriali dell’umanità dell’Unesco.

Che attrazione ha un gioco tradizionale nei bambini?

Il gioco è gioco: se è divertente ci sarà sempre qualcuno, grande o piccolo, che vuole farlo. Vero che i bambini di oggi sono bombardati di stimoli pubblicitari che li spingono a volere i giochi che “passano in tv” ma basta dar loro anche altri stimoli.