Dalla rappresentazione accidentale al realismo nel disegno infantile

“I signori dell’immaginazione sono allora i bambini, che creano in libertà e più degli adulti hanno la possibilità di provare un’emozione simile a quella di Dio quando creò il mondo. Fatevi bambini!” (Paul Klee)

Per uno dei primi compleanni di mio marito-papà ho realizzato un biglietto di auguri a forma di cuore, dove all’interno la mia bambina ha lasciato l’impronta colorata delle sue manine. Le ho spiegato che il cuore è il posto, dove custodiamo tutte “ le nostre cose belle”, le persone a cui vogliamo bene, le cose che ci piacciono, dove nascono la nostra allegria e la nostra felicità. Per questo si sceglie il cuore come simbolo per dire ad una persona “Ti voglio bene”. Da quel giorno e per un lungo periodo, il cuore non è mai mancato nei disegni della mia piccola artista: “eto mamma è tum tum”. Forse è stato il primo vero e proprio intento rappresentativo della mia bambina, ancor prima della raffigurazione del sé o di un altro elemento di rilevante importanza affettiva.

L’intento rappresentativo, infatti, non nasce per tutti i bambini nello stesso modo e ancor meno nello stesso momento. Ha in sé una componente di casualità, durante il continuo gioco grafico nel quale il bambino ha da tempo iniziato a dilettarsi e man mano ad arricchire trascrivendo, senza accorgersene, il suo quotidiano. Come nella fase degli scarabocchi, questa nuova tappa manifesta lo sviluppo motorio e intellettivo del suo autore, senza doverlo inserire in una fase di crescita standardizzata come accade in altri processi di maturazione globale del bambino. Nelle fasi iniziali dell’arte infantile, il bambino scarabocchia per sé, per il gusto di lasciare una traccia visiva della sua presenza nel mondo, certo che tutto nasce e ruota attorno, in risposta alle sue esigenze. Siamo, infatti, ancora legati alla fase egocentrica dove il bambino si sente manipolatore del mondo che lo circonda…e assorbendo quasi integralmente le nostre energie un po’ di questa naturale onnipotenza, gliela riconosciamo…soprattutto alla sera!

Giocando con le tracce grafiche e la loro ripetizione

“La mia pittura è la fotografia a colori eseguita a mano dalle immagini virtuali, iperaffinate, stravaganti, iperestetiche dell’irrazionale concreto” (Salvador Dalì.)

Perché e quando il bambino sceglie di annunciare la sua rappresentazione? Nonostante il bambino sin da un anno di età intuisca il valore simbolico delle immagini, non cerca nei suoi primi scarabocchi di riprodurle…l’intenzione magari non manca ma le sue risorse (a livello psico-motorio) non sono ancora del tutto sufficienti. Ad un tratto però il piccolo artista scopre un’analogia d’aspetto tra il segno tracciato e qualche oggetto reale, ed è in quel momento che prende coscienza che anche lui è capace di raffigurare ciò che lo circonda. In un primo momento non sarà in grado di riprodurre l’originale, ma con determinazione e ripetizione arriverà comunque ad un risultato che lo soddisfa. D’altronde il bambino sopporta bene il suo “fallimento” perché è ancora presente l’elemento ludico nell’atto creativo che lo riempie d’immensa gioia. La stessa gioia che lo stimolerà a continuare nella sua ricerca. Il carattere casuale non scompare per incantesimo ad una data stabilita, per parecchio tempo infatti il bambino giocherà con le forme e partendo dall’idea di realizzare un soggetto, se il suo tracciato gli sembrerà discordante, cercherà sia di correggerlo, sia di interpretarlo diversamente. E’ meraviglioso ascoltare i bambini che ti raccontano con le loro stravaganti interpretazioni i loro disegni…quasi una continua trasformazione sotto i nostri occhi: ”Un bau che diventa un miao…la mamma che diventa la nonna (con serbatoio di autostima a zero per la mamma che ascolta)…una brum che diventa un ciufciuf…”. Il foglio è il loro mondo dove inventare, giocare, raccontare, sognare. Ma anche riflettere, analizzare ed esorcizzare le paure. Rilassarsi, concentrarsi e consolarsi. Quanti di noi adulti riescono, anche solo per dieci minuti al giorno, a fare una magia del genere?

Ti racconto la mia storia di bambino

“E’ l’immaginazione la facoltà umana che ci consente di diventare creatori del mondo” (Paul Gauguin)

Si è visto che oltre alla particolare preferenza del gioco grafico nel quale il bambino può essere più o meno assorbito, in questo frangente l’ambiente esterno diventa un fattore rilevante allo sviluppo dello stesso. Gli stimoli esterni, i legami affettivi, le privazioni così come le gratificazioni e gli apprezzamenti assumono un ruolo fondamentale nella nascita della sicurezza e dell’autostima nel bambino, diventando il primo bagaglio che il bambino porta con sé e del quale è immensamente felice di raccontare. Se prima potevamo sintetizzare il pensiero del bambino che disegna con  “io ci sono! ..”Questo l’ho fatto io!! Adesso potremmo indicarlo come il periodo, dove il bambino esultante ti chiama: “Guarda cosa ti racconto!”

Pochi giorni fa, siamo andati a ritirare la cartellina alla scuola dell’infanzia. A differenza degli altri anni per esigenze e normative da seguire in questo particolare periodo, gli elaborati non sono stati suddivisi per argomento, com’erano solite fare le maestre. Ci sono stati, infatti, consegnati così come lasciati dai bambini a febbraio. I lavori di pregrafismo, prescrittura, precalcolo mescolati insieme ai lavori a tema libero. Ovviamente i miei preferiti. E’ stata un’emozione per me ma anche per il mio bambino rivederli dopo tanto tempo.  Infatti, persino il mio piccolo “terremoto” sempre dedito a giocare in orto, con gli animali, a correre, a scavare, a creare storie con le macchinine non finiva più di raccontare e raccontare. “Ah si!!! – come se ritrovasse un tesoro sepolto sotto la sabbia – questi siamo io, Giacomo e Alberto…quanto mi mancano!”, “Ah si!! Questa sei tu mamma, con Vittoria, in montagna. Papà non c’è perché non è ancora venerdì”. (Riccardo 5 anni)

“ah si! – sempre con il fare di una scoperta – questo è lo zio Paolo da giovane con la zia Rosy che non ha mal di schiena”. “Questa è la casa della nonna ma lo zio non brontola se andiamo dalle galline”. “Questo sono io. Da grande farò anche il pompiere. Bisogna svegliarsi presto però…non so ci devo pensare. Altrimenti aggiusto le macchine come lo zio Chicco.” (Riccardo 5 anni)

Poi mi hanno incuriosito una serie di disegni, molto simili tra loro, tutti con il tema del Natale e Babbo Natale. Pensavo non avesse risposto in modo corretto ad una consegna e la maestra glieli avesse fatti rifare…”ma no mamma! Qui c’è Babbo Natale che deve convincere la renna a partire…la vedi? Ha paura di volare…”qui invece l’ha convinta, vedi?? Sorride!!”.

Eh già, tutto così semplice da raccontare e disegnare…io starei ad ascoltarli e a guardarli per ore. I miei bambini e il loro mondo. I loro sogni e le loro certezze, mescolate insieme senza limiti temporali, senza filtri, senza grammatica. Senza l’occhio dell’adulto che giudica e corregge, ma solo con i loro colori, i loro spazi, le loro storie.

Gli “errori” che solo noi adulti vediamo nell’arte infantile

“Dipingere è il mestiere di un cieco. Egli non dipinge ciò che vede, ma ciò che pensa. Cosa dice a sé stesso su ciò che ha visto” (Pablo Picasso)

Mi vengono i “briviri”!… perché mamma giri sempre il “giudante”?…e poi: femaforo, traperia, preticitando, bolpe, collasione…Queste e altre parole mi fanno ancora sorridere quando le ripenso e rivedo gli occhi dei miei bambini da piccoli immersi nel loro mondo di racconti. Sorridevo e ovviamente li aiutavo a correggersi. Inutile precisare l’importanza di questo insegnamento, ma ho sempre saputo che in questo modo li allontanavo sempre di più dalla loro spontaneità e dalla loro sorprendente logica. Senza accorgercene e in modo arbitrario suggeriamo delle modifiche anche nei loro disegni, cercando di avvicinare la loro rappresentazione al nostro modo di vedere, nella nostra ipotetica visione corretta delle cose. A guardarla con i nostri occhi la grammatica nel disegno infantile può sembrarci piena di “errori”, ma leggendola nella loro semplicità potrebbe invece svelarci la chiave di lettura dei loro sogni e delle loro emozioni, e accompagnarci in un mondo di fantasia per noi ormai lontano, lasciandoci incantati.

La Trasparenza

E’ bene ricordare nuovamente che il bambino non copia la realtà, ma la rappresenta. Questo vuol dire che dipinge e disegna un’espressione mentale, cioè quello che sente, e non un’osservazione visiva, cioè quello che vede. Se io so che il mio fratellino è dentro la pancia della mamma, lo disegno nella sua pancia e pure ben visibile…perché io so che c’è!

Sono anche un po’ architetto, perché quando disegno la mia casa, vi faccio vedere tutto quello che c’è nella mia cameretta, dove sono i miei giochi, la cucina dove mangiamo…vi riporto una sezione della casa, ecco! in ordine di…affetto.

“Una domenica siamo andati a Venezia in treno. Papà però è rimasto in stazione…ha perso il treno insomma! Io avevo un po’ di paura ma la mamma ci ha fatto ridere e correre per tutto il treno. Per fortuna abbiamo fatto amicizia con la signorina-controllore.” (Vittoria 6 anni)

Il ribaltamento

Il bambino non conosce limiti all’espressione e non si lascia certo mettere in difficoltà se il foglio ha solo due dimensioni. Possiamo trovarci davanti ad opere, dove l’effetto della profondità è studiato con la logica del grande-vicino, piccolo-lontano. O può capitare che di un oggetto si disegnino tutti i lati uno accanto all’altro, come se fossero delle scatole aperte.

I rapporti di grandezza

I bambini non hanno il senso delle proporzioni, enfatizzano ciò che per loro è importante e minimizzano o tralasciano addirittura il resto. E’ lo stesso principio, legato però da un fattore culturale, che usavano gli antichi egizi quando dipingevano il faraone più alto e largo del coniuge, o nelle tavole medievali di carattere sacro, nelle quali per accentuare l’essere divino del soggetto, oltre all’utilizzo di colori preziosi, erano volutamente stravolte le proporzioni. Io amavo immensamente il mio papà, dal quale ricevevo oltre che tantissimo affetto, anche stima e protezione. Lui era una sorta di casa rifugio per me e la mia famiglia, nulla poteva accadere se eravamo con lui. Per me lui era immensamente grande in tutto, anche nel disegno.

Il colore

La scelta del colore quando il bambino inizia a disegnare, si dimostra del tutto casuale. L’esultanza che nasce dal gesto seguito dalla traccia è tale che prescinde dal colore che si utilizza. A volte è sufficiente una matita, a volte la scelta ricade sul colore che si preferisce per comporre anche tutto il disegno. Man mano che il piccolo artista identifica il tracciato con un oggetto a lui conosciuto e amato, la scelta diventa decisiva. Non solo per caratterizzare maggiormente ciò che vuole rappresentare, ma per “condire” con fantasia e ricalco affettivo tutti gli elementi.

Ho un paio di scarpe rosse con il tacco. Le ho comprate tempo fa in una giornata in cui mi sentivo una “mamma-sottotono”, diciamo così… ma quando le ho provate, mi hanno fatto sorridere e sentire bellissima. Da quando l’ho raccontato alla mia principessa, nei suoi disegni riesco persino ad indossarle per andare a fare la spesa.

Lo spazio

Così come per tutti gli altri “errori” anche lo spazio è rappresentato nel foglio con la percezione tipica del bambino. Ho una cosa sotto i piedi mentre cammino e un cielo blu sopra la testa. Ed ecco qui comparire nel disegno le chiare, linea di terra dove poggiano le cose, e linea del cielo, in alto alto alto dove volano gli uccelli e brilla il sole. “Non è  che sono pigro e non ho voglia di colorare! Questo è quello che vedo. ” Potrebbe risponderci il bambino, ogni volta che si sente dire: “Perché non colori tutto il foglio?”. Il riempimento dello spazio avviene, infatti, in un secondo momento, insieme con la distinzione del vicino e lontano, e del paesaggio come sfondo.

Ogni volta che sfoglio un catalogo di Picasso, mi viene voglia di inserire qualche opera dei miei bimbi, lui “conoscendolo” non si offenderebbe per nulla. “A quattro anni dipingevo già come Raffaello, poi ci ho messo una vita per imparare a dipingere come un bambino” (P.Picasso.)

 

Leggi anche l’articolo

Il primo disegno di un bambino non si scorda mai