Segnali di possibile bullismo anche alla scuola primaria? Come capirlo da casa e cosa fare come genitori?
Ne parliamo con la dottoressa Laura Lamera, Psicologa – Psicoterapeuta del Policentro Pediatrico di Milano.
Si è spesso pensato che il fenomeno del bullismo interessasse ragazzi e ragazze appartenenti ad una fascia preadolescenziale o adolescenziale, ma negli ultimi anni si sta presentando la necessità di intervenire anche su gruppi classe della scuola elementare. L’esordio di casi di prepotenze si sta abbassando e interessa la popolazione della scuola primaria, con un’età inferiore ai 10 anni.
Cosa è il bullismo a scuola
Bullismo è un termine che deriva della parola inglese bullying e indica la presenza di atti di prevaricazione, prepotenza e sopraffazione da parte di uno o più coetanei e può consistere nella manifestazione di uno o più episodi all’interno dei quali possono essere identificati uno o più individui, che mettono in atto una o più condotte aggressive verso un coetaneo – vittima che subisce tali comportamenti. Spesso in tali situazioni è presente anche il gruppo che si fa spettatore di ciò che accade.
Le situazioni possono essere diverse:
prese in giro, esclusione dai giochi e dalle feste comuni, spintoni, derisioni, essere bersaglio di reazioni di aggressività.
I segnali nel bambino vittima di bullismo e i rischi psicologici
L’insorgenza anticipata nel tempo di questi atti potrebbe far correre il rischio di generare conseguenze più pervasive perché i bambini coinvolti hanno meno strumenti per affrontarlo ed elaborare ciò che succede loro, facendo emergere vissuti emotivi di inadeguatezza per poi sviluppare una bassa autostima.
Questi bambini spesso non sono nella condizione di poter parlare di ciò che accade loro, a causa di vissuti di paura e vergogna e hanno la tendenza a tenersi tutto dentro.
Ci sono però dei segnali che si mostrano attraverso il corpo, quali sintomi psicosomatici – mal di pancia, mal di testa, vomito, disturbi del sonno, calo del rendimento scolastico, comportamenti di evitamento o di rinuncia utilizzati come tentativo di sottrarsi alla situazione di sofferenza e disagio.
Perché un bambino diventa un bullo?
Quali possono essere le cause dei comportamenti di sopraffazione e prepotenza?
E’ importante comprendere cosa possa spingere un bambino a mettere in atto comportamenti aggressivi e le ragioni che lo spingono ad agirli su un coetaneo: spesso il bullo è un ragazzino che presenta delle difficoltà individuali e relazionali che interessano la sfera emotiva ed affettiva. Solitamente il bambino in questione mostra un’apparente sicurezza che cela un’immagine di sé negativa e un desiderio di affermazione attraverso la forza e la prevaricazione. Spesso questi individui in crescita vivono all’interno di ambienti in cui i loro bisogni sono poco visti, in cui non vi è il senso del limite e in cui non è stato possibile apprendere la responsabilità e le conseguenze dei propri gesti.
Il ruolo del genitore
In tali circostanze è sempre più importante la presenza ed il ruolo dell’adulto, che deve farsi osservatore di ciò che accade e deve avere delle competenze attive che consentano a tutti i bambini coinvolti (bulli, vittima e spettatori) di interrompere la baraonda relazionale nella quale si trovano.
Per quanto riguarda i genitori, è rilevante che siano sempre in contatto con il loro figlio, che possano creare le condizioni affinché quest’ultimo senta di poter dire loro le proprie difficoltà, che lo sostengano nel trovare le parole per raccontare loro quanto stia accadendo e che in loro possa incontrare delle modalità per poter affrontare la situazione.

La comunicazione tra genitori e scuola
A tale proposito è fondamentale che la famiglia mantenga una comunicazione aperta e continuativa con la scuola, al fine di condividere quanto stia accadendo e per costruire insieme una modalità condivisa che faccia sentire il bambino all’interno di una rete affettiva di adulti che si stanno occupando di quanto accade attraverso una strategia comune.
La scuola può e deve essere percepita da tutti i minori come luogo di apprendimento emotivo relazionale, all’interno del quale è importante strutturare momenti cadenzati nei quali i bambini, tutti insieme e indipendentemente dalla loro posizione (bullo, vittima, spettatori) possano diventare una squadra. Questa squadra dovrà avere un obiettivo comune, cioè costruire il benessere di ciascun bambino, caratterizzato dal riconoscimento del valore di ognuno.
In questi spazi, l’insegnante si farà portatore del messaggio condiviso con la famiglia e il bambino saprà che potrà riferirsi ai propri genitori e ai propri insegnanti in ogni momento e da entrambi potrà ricevere risposte chiare e rassicuranti che lo porterà a sentirsi al sicuro e protetto.
Una volta create queste condizioni di partenza, il gruppo classe diventerà un contenitore nel quale sia il minore che ha agito comportamenti di prevaricazione, che colui che li ha subiti, così come coloro che hanno assistito a quanto accaduto, possano ritrovarsi e costruire insieme un nuovo capitolo della loro storia, in un clima di cooperazione in cui ognuno contribuisca attivamente al proprio bene comune.
Come è possibile nella pratica apportare questo tipo di cambiamenti?
A fronte della comparsa di comportamenti di disagio manifestati da un minore è importante che:
- la famiglia sia pronta a riconoscere un disagio presente attraverso l’osservazione e la presa di consapevolezza da parte dell’adulto di comportamenti di sofferenza;
- la creazione di condizioni che consentano al bambino di raccontare ciò che vive e accade;
- la condivisione con la scuola di quanto sta succedendo al bambino;
- la creazione di spazi di ascolto in classe che permettano ai bambini di raccontare ciò che vivono e far emergere i propri vissuti emotivi;
- la promozione dell’empatia, cioè la capacità di mettersi nei panni dell’altro e vedere anche riflessi e condivisi i propri sentimenti;
- la promozione dell’inclusione di tutti i membri della classe, indipendentemente dal ruolo agito, che consenta di sentirsi parte di un gruppo collaborativo e creatore di benessere attraverso momenti di racconto e di strategie per metterlo in atto;
- il conseguimento di un obiettivo comune;
- la possibilità di scrivere una storia di gruppo nella quale ciascuno sia riconosciuto come creatore di un nuovo equilibrio;
- la promozione della cooperazione e del riconoscimento del valore di ciascuno in risposta al rischio di usare la legge del più forte come strumento di affermazione di sé.
Se un bambino sente di poter depositare in un ambiente attivo e accogliente la propria sofferenza, potrà cominciare a verbalizzare “mamma, papà.. oggi a scuola mi è successo…”
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